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Il Fondamentalismo Islamico e l’Occidente

Posted on | luglio 21, 2011 | Commenti disabilitati

Se la guerra del Kippur del 1973 ha comportato per il mondo arabo la scelta del petrolio quale arma strategica per cercare di condizionare le scelte politiche dell’Occidente, gli anni ’80 hanno segnato la scoperta della valenza rivoluzionaria dell’ISLAM, in un momento storico che ha visto il recupero del capitalismo, pur se minato da una economia cartacea e da un mercato mondiale squilibrato, e la crisi del comunismo, costretto ad una fase di ripiegamento dalla recessione economica e dalle carenze del sistema di distribuzione ed approvvigionamento, nonché dalla difficoltà di tenere sotto controllo la rinascita dell’identità nazionale delle etnie e delle minoranze che compongono il blocco orientale.

L’ISLAM, specie se vissuto secondo la visione fondamentalista, che auspica il recupero dei valori originari attraverso il ritorno assoluto alla Scrittura (Corano), si pone nei confronti dell’Occidente laico in termini di conflittualità di valori e come tale non suscettibile di mediazione.

Il fondamentalismo esalta la “potenzialità totalizzante dell’ISLAM” in quanto sistema globale, non solo religioso, ma etico, politico, giuridico, sociale. Il “risveglio” dell’ISLAM, indotto dalla rivoluzione khomeinista del ’78-’79, assume valore unificante per la tendenza a riproporre il modello di fusione tra religione (DIN) e Stato (DAWLA) quale reazione al fallimento dell’ideologia panaraba e nazionalista (ispiratasi, invece, al modello laico e occidentale) nel promuovere un reale processo di sviluppo socio-economico nell’area musulmana.

La progressiva diffusione della visione fondamentalista islamica è riconducibile al bisogno di offrire soluzioni pratiche a problemi contingenti del mondo islamico. Innescando un processo di “restaurazione ideale” di quelli che sono considerati i valori originari dell’ISLAM, una classe politica, che ha conquistato con la rivoluzione il potere in IRAN, ha cercato di trasformare le condizioni sociali, politiche ed economiche di un popolo, che aveva subito solo epidermicamente l’impatto del modo di vita dell’Occidente capitalistico.

Da qui l’esigenza di chiarire quali sono i principi basilari dell’ISLAM, nella sua versione fondamentalista, la sua storia, dall’origine attraverso i vari sciismi, ed il suo “risveglio” attuale, al fine di mostrare la complessità e diversità di “backgrounds” e di aspettative che tale fenomeno sottende, di valutare la specificità della rivoluzione di KHOMEINI. Dovrebbe risultare più agevole individuare, in questa maniera, i motivi della diffusione in alcuni paesi mediorientali ed africani del fondamentalismo “riformista” che, a differenza di quello estremista, radical-rivoluzionario, privilegia l’azione di propaganda ed utilizza i meccanismi politici istituzionali per acquistare rappresentatività e potere contrattuale.

E’ urgente cercare di valutare, senza enfatizzazioni, la reale portata del fondamentalismo islamico, che in Occidente tende ad essere genericamente temuto, in ragione anche del ridimensionamento – in esso insito – del mito razionalista dell’evoluzione verso il meglio, oppure totalmente trascurato, ma che, pur tuttavia, all’Occidente impone la sua presenza, creando problematiche nuove: civili, religiose, nonché – in un futuro non troppo lontano – giuridico-amministrative e politiche, la cui risoluzione, finalizzata ad una civile convivenza, necessita quantomeno di un tentativo di comprensione.

Gli interrogativi ricorrenti sulla reale compatibilità tra mondo islamico ed organizzazione laica della cultura occidentale sono riemersi in occasione della vicenda accaduta di recente in FRANCIA, ed etichettata dalla stampa come la
“guerra del chador”, la quale deve costituire motivo di riflessione anche nel nostro Paese.

La vicenda è quella relativa al rifiuto di alcune ragazze musulmane di ottemperare al divieto del preside del liceo da esse frequentato di indossare il velo, cui sono seguite manifestazioni di protesta
“antirazzista” e, quindi, l’autorizzazione del Ministro dell’Educazione a portare l’indumento a chi ne rivendichi il diritto in nome della identità religiosa.

Ne è scaturito un appassionato dibattito sul rapporto tra il principio di laicità, che governa le società occidentali, e la libertà di espressione delle diverse culture e fedi religiose. Le comunità di immigrati acquistano in Occidente, in nome del principio d’eguaglianza, i diritti sociali e politici dei cittadini originari e rivendicano l’esercizio di diritti inerenti alle specificità razziali, etniche, religiose.

Nell’immediatezza, sono emersi segnali preoccupanti di rifiuto e timore per la presenza degli immigrati musulmani, quali veicoli dell’offensiva dell’ISLAM in FRANCIA, ravvisabili nell’afflusso, per reazione, dei voti (in occasione delle recenti consultazioni politiche parziali) verso l’integrismo politico di
LE PEN.

Due concordanti sondaggi, apparsi su “LIBERATION” e su “LE FIGARO”, indicano che parte del tradizionale elettorato di sinistra si è spostata sui candidati del
“Fronte Nazionale”. A DREUX, secondo “LIBERATION”, ben il 75% degli operai, il 46% degli impiegati, il 43% dei quadri intermedi hanno votato per la candidata del
“Fronte”.

La mancata risoluzione delle cause del diffuso malessere, rappresentato dal permanente rifiuto “dell’altro”, cioè della presenza degli immigrati arabi ed africani, rischia di provocare una radicalizzazione a destra della vita politica francese e, in una prospettiva europea, per un processo attrattivo, specie nei paesi a forte immigrazione, come la Repubblica Federale Tedesca ed il BELGIO.

Un segnale indicativo, invece, della ricerca di soluzioni di coesistenza è dato dalla recente decisione del Ministero della Giustizia spagnolo di riconoscere uno “status” ufficiale all’ISLAM.

Il riconoscimento legale permetterà ai musulmani di beneficiare dell’esonero d’imposta per le loro scuole e luoghi di culto, così come già accade per i cattolici, i protestanti e gli ebrei, ed è prevedibile che istanze analoghe saranno riproposte ovunque si sia costituito un rappresentativo nucleo stanziale di fede islamica.

A FIRENZE, nei giorni 8, 9 e 10 dicembre 1989, si è tenuta una Convenzione di mille delegati, in rappresentanza degli immigrati che vivono in ITALIA.

L’incontro è stato organizzato dal Comitato “7 Ottobre”, formato da associazioni cattoliche, laiche, sindacali e dall’associazionismo spontaneo che, in detta data, radunarono oltre centomila persone a ROMA per un corteo contro il razzismo. L’obiettivo è quello di costituirsi in movimento, in grado di porsi come controparte nei confronti del Governo, dei partiti e, in definitiva, come nuovo soggetto della realtà italiana.

Nella società occidentale, l’eguaglianza non può significare omologazione ad un modello unico di comportamento: l’integrazione deve far posto alla convivenza. Le possenti spinte culturali ed etniche, provocate dalle ondate immigratorie e dalla sempre più completa interdipendenza tra popoli diversi, impongono il riconoscimento di dignità alle “diversità”, soprattutto a quelle che sono radicate nella coscienza singola e di gruppo.

Si può prevedere un modulo di coesistenza, con la formazione di vere e proprie “enclaves”, più o meno vaste, ma sicuramente destinate a crescere, in cui i rapporti sociali, e non solo quelli, saranno disciplinati secondo paradigmi e stilemi culturali mutuati dai paesi di origine.

Sembra più proprio auspicare, in tale prospettiva, un impegno per la costruzione di una
civiltà multietnica, che non sia vista come l’assorbimento in una civiltà dominante delle diverse culture degli immigrati.

Alle soglie del XXI secolo, sembra trovare conferma l’assunto di SPENGLER (NOTA – Oswald SPENGLER, “Il tramonto dell’Occidente”), secondo cui la civiltà non è un qualcosa di progressivo, attribuendo a questo termine un giudizio anche di valore, di itinere verso il bene ed il meglio. Trascurando l’aspetto della differenza concettuale tra cultura e civilizzazione, si può opportunamente e forse correttamente prefigurare la civiltà multietnica negli anni a venire come una risultante di “insiemi” distinti, autonomi, aventi ciascuno fasi di sviluppo e fasi di crescita non necessariamente coincidenti, per cui nello stesso territorio potranno talvolta esistere più civiltà senza “continuum”, ma solo contigue.

Non sembra avventato, pertanto, immaginare che, dopo una prevedibile iniziale scelta integralista da parte delle varie comunità stanziate in Occidente, finalizzata ad evitare il loro assorbimento totale, al la distanza possano affermarsi movimenti che abbiano acquisito connotazioni sincretiche, omogeneizzando principi comuni a più fedi in un nuovo codice comportamentale che, perdendo di vista la questione escatologica e le “verità” religiose, si concentri piuttosto nel tentativo di fornire una nuova morale ed una nuova etica a persone di provenienze diverse e dalla coesistenza necessitata.

I segnali di questo futuro possono essere già colti nella proliferazione di una nuova religiosità (come quella diffusa ad esempio dalla dottrina baha’i), che mutua dai ceppi indù, musulmano e cristiano originario, regole di vita ispirate ad una pratica di convivenza umana e ad un panteismo ecologista.

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